GRIMPEURS

al Piantonetto



I mitici anni 1967 e 1968

 

Tanto per iniziare

 

Ci sono molti modi di partecipare alla splendida vita che ci può regalare la montagna.

I Montanari ci abitano, nonostante le difficoltà e l’impegno che richiede la vita in montagna: a loro piace così, e non vi rinuncerebbero per nulla al mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Margari ci vanno per il loro lavoro, che rinnova una tradizione ancestrale e affascinante, che ha come risultato la salute e la robustezza dei loro animali e la bontà dei prodotti del loro duro impegno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è poi una miriade di persone che frequentano la montagna e l’ambiente alpino con le motivazioni più diverse: dal semplice turista all’escursionista esperto, tutti con la voglia di ammirare i bei paesaggi montani e il desiderio di migliorarsi nel corpo e nello spirito.

 

 

 

 

 

 

Esistono poi persone che vogliono confrontarsi con l’alpe in modo più deciso, impegnando tutto sé stessi per il raggiungimento di mete più ambite che non la semplice escursione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parliamo degli Alpinisti.

Razza un po’ particolare.

 

Ma anche tra gli stessi bisogna fare delle distinzioni: alcuni desiderano semplicemente raggiungere le vette delle montagne per soddisfare il desiderio di immensità che le stesse ti regalano; e lo fanno il più delle volte salendovi per le cosiddette “vie normali”, le più facili; altri invece non si accontentano del semplice raggiungimento della vetta, ma desiderano qualcosa di più: qualche volta anche molto di più.

 

Klammer

 

 

Intendo gli Arrampicatori: i “Grimpeurs” ovvero quelle persone che amano l’arrampicata, perché è quasi una qualità congenita nella loro natura: la voglia di confrontarsi seriamente con la montagna, con tutti i rischi e le difficoltà che ne derivano: Ma per loro è bello così.

 

Ogni epoca nella storia dell’alpinismo ha avuto tra gli arrampicatori le sue eccellenze, quelli con “qualcosa in più”.

 

 

 

 

Rissula

 

 

 

 

A questi arrampicatori eccezionali si deve il progredire della storia dell’Alpinismo e la conquista di sempre nuovi traguardi, base per nuovi e ancor più difficoltosi avanzamenti.

 

 

A ogni grande impresa ne è sempre succeduta un’altra, di ancor più difficile realizzazione.

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente ogni alpinista va inquadrato nel suo momento storico, con le tecnologie presenti all’epoca, che venivano poi innovate anche grazie all’inventiva di queste “punte di diamante” dell’arrampicata.

 

 

 

 

 

 

 

Uno dei momenti da ricordare nella storia dell’alpinismo è sicuramente quello che ha portato a una nuova concezione dell’arrampicata, che potremmo ricordare come la filosofia del “Nuovo Mattino”, temporalmente individuato negli anni ’70.

 

Gianpiero Motti

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente l’evoluzione storica anche dell’alpinismo non avviene mai per caso; ci vuole sempre una sequenza logica, che sia propedeutica a qualsiasi nuova epoca.

 

 

 

 

 

Per questo, quello che ha poi portato a un nuovo “scalino” nella storia dell’alpinismo delle nostre montagne è sicuramente quanto avvenne negli anni 1967 e 1968, a opera di alcuni capaci e arditi “grinpeur”: e specificatamente degli amici canavesani Giorgio Tondella, Nazareno Valerio e, non dimentichiamo, Carlo Biletta.

Questi aprirono una nuova fase nell’arrampicata, che non può essere dimenticata, nonostante l’”obtorto collo”, all’epoca, degli antagonisti “Torinesi”.

Qui specificatamente mi piace ricordare e parlare di una persona ormai quasi sconosciuta ai più:

 

 

 


Giorgio Tondella

nome di altissimo livello dell’Alpinismo Canavesano: delle sue imprese e dei suoi amici, che con lui hanno condiviso tante belle avventure.

 

 

 

 

 

 

Ma dato che non sono sicuramente in grado di effettuare una biografia dello Stesso, mi limiterò a citare alcuni momenti che abbiamo vissuto assieme, o a cui io ho assistito con particolare attenzione.

 

 

 

L’incontro.

 

 

 

Siamo nella primavera del ’67. E’ ormai notte al Rifugio Pontese, ancora da inaugurare, dove mi trovo con alcuni amici. Sentiamo aprirsi la porta: entra un alpinista, in modo pacato, quasi non volesse disturbare; è Giorgio, da solo.

Io non lo conoscevo, ma Carluccio mi fa capire che si tratta di un forte arrampicatore.

 

 

 

 

 

 

 

Così, “attacco bottone”, e mi accorgo subito che era piuttosto raffreddato. Una parola tira l’altra, e alla fine mi confida che voleva provare la prima solitaria allo “Spigolo Mellano” al Valsoera. Ricordo che all’epoca, si arrampicava con gli scarponi, anche sul 6° grado. Naturalmente io sconsiglio Giorgio, non tanto per una questione tecnica, sulla quale non potevo certo metter lingua, ma perché le sue condizioni fisiche non erano certo quelle adatte all’impresa. E così, pensandoci su, cambiò idea.

 

 

 

 

 

Per me fu una fortuna, perché quella stessa sera mi insegnò alcuni nodi e sistemi di protezione che ancora non conoscevo. Nacque un’amicizia… e li si progettò il primo “corso di roccia” del CAP – Club Alpinistico Pontese.

 

Nuovi Amici

All’epoca, non eravamo in tanti, in quel di Pont, a pensare che si fosse ormai prossimi a una nuova idea di arrampicata; tra questi, oltre al sottoscritto, anche Alfredo Valsoano e Alfredo Reinaudo: entrambi fisicamente più prestanti di me, ma anch’io me la cavavo. E così feci partecipi anche loro di questa nuova amicizia, che ci portò a scoprire la palestra di Traversella e le moderne tecniche, al tempo, per la progressione su roccia.

Con queste, per noi, nuove scoperte ci sentimmo quindi di organizzare a Pont il primo Corso di Roccia, naturalmente capitanato dal valente, esperto Giorgio: senza di lui non so cosa potevamo pensare di fare.

 

 

 

 

E così noi tre “aiutanti” ci trovammo a essere definiti “Istruttori di Roccia”.

Titolo che ci spronò ulteriormente a migliorare le nostre capacità alpinistiche.

Per noi oramai tutto il tempo libero veniva impiegato in attività e discorsi in profumo di montagna:eravamo “lanciati”.

La grande impresa

E così si arriva all’autunno del ’67.

Dopo tanti discorsi e tanti allenamenti assieme, Giorgio ci propone un’avventura straordinaria:

 

 

 

 

ci chiede di accompagnarlo a supporto di quella che sarebbe diventata una delle sue più sensazionali imprese: La via Malvassora al Becco Meridionale della Tribolazione insolitaria invernale.

 

L’alpinismo solitario, secondo me, è la massima espressione della passione per l’arrampicata. Il modo più sublime per entrare completamente in armonia con la parete e per godere l’esclusiva sensazione di sentirsi più vivi che mai.

 

 

Giorgio non era certo “l’ultimo arrivato” in fatto di solitarie, dato che aveva già compiuto in estiva quella alla stessa Malvassora al Becco e sue sono pure le “prime solitarie” allo Sperone Gervasutti al Courmaon e alla Leonessa-Tron al Becco di Valsoera.

Noi ci sentimmo onorati dell’invito, e così accettammo. Eravamo degli incoscienti? Oppure no?

 

Sta di fatto che cominciammo ad allenarci non solo alla salita, ma anche al freddo e ai disagi invernali a cui sicuramente saremmo andati incontro: ci sentivamo fortissimi, al seguito di un Fortissimo.

Ricordo che a quell’epoca cadeva molta più neve e faceva molto più freddo di adesso, e quindi ci si preparava a difficoltà non del tutto conosciute.

Comunque: partiamo!

Siamo ormai sotto Natale: mentre le persone “normali” si preparavano alle festività e ai regali noi non abbiamo altri pensieri, se non la preparazione per accompagnare la salita del nostro amico.

E così, il 23 dicembre, tutti assieme, raggiungiamo il rifugio Pontese.

C’è poco da dormire: ancora notte, in attesa delle prime luci, siamo già pronti.

Con le pile frontali accese usciamo nel freddo a dir sì poco polare (non che nel rifugio si fosse poi tanto al caldo).

E via.

Salita faticosa su una neve poco consistente che ci faceva sprofondare fino sopra al ginocchio; ma per noi non era nulla.

Un po’ per volta, arriviamo infine alla base dello “zoccolo”.

 

 

 

 

Brutto affare!

Lo “zoccolo”, formato da una serie di placconi che d’estate non presentano praticamente delle difficoltà rilevanti, era invece completamente coperto di verglass, con sopra delle neve fresca.

 

Un ostacolo da superare veramente impegnativo e pericoloso; specie se da solo.

 

Ma Giorgio, con la sua solita flemma, non si scompone più di tanto; prepara l’attrezzatura e via, attaccando lo zoccolo sul suo lato destro: più difficile in estate, ma nel quale poteva proteggersi un po’ meglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Io ero talmente stanco da mettermi a fare un sonnellino in un anfratto, quasi una grotta che si trova proprio ai piedi dello zoccolo.

Poi il sonnellino si protrasse un po’ troppo. E quando mi svegliai pensavo che Giorgio avesse già attaccato la via vera e propria: invece no. Era ancora sullo zoccolo: la faccenda diventava seria!

Per un po’ lo seguimmo con lo sguardo, quindi, già verso l’imbrunire, avendo finalmente Lui attaccato lo sperone,decidiamo di rientrare al rifugio, per riprendere un poco le energie perse.

 

 

 

 

 

Nel corso della discesa, guardando la montagna, finalmente vediamo un lumino, già quasi a tre quarti della via. Segno che Giorgio si preparava a bivaccare in parete. Solo che, pensando di uscire in vetta in giornata, non era assolutamente attrezzato per passare una notte lassù su un piccolo pianerottolo, senza sacco da bivacco. Decise, mi raccontò, di passarsi la corda davanti , per proteggersi dal freddo e anche per essere trattenuto, in caso si fosse addormentato.

 

Il mattino seguente, come già il giorno prima, risaliamo fin quasi alla base dello zoccolo: ma di Giorgio nessuna traccia. Dove sarà? Mistero.

 

Passiamo così la giornata con ripetuti, estenuanti richiami, senza mai una risposta.

 

All’imbrunire si decide che sarebbe stato meglio cercare qualche rinforzo, dato che quello per noi era il terzo giorno nella neve, e le nostra energie stavano scemando.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando oramai ci eravamo quasi convinti del peggio, ecco che a metà del canalino che porta al Colletto dei Becchi vediamo una lucina: segno che Giorgio era lì e stava scendendo. Una gioia immensa!

 

 

 

Gli andiamo incontro, per sorreggerlo dopo la grande impresa.

Evidentemente anche lui era allo stremo delle forze, ma l’impresa era compiuta.

 

 

 

Bravo Giorgio!

Buon Natale!

E le grandi imprese con altri grimpeurs continuano.

Non pago di questa grande impresa, l’anno 1968 vede ancora Giorgio a cimentarsi con altre salite di tutto rilievo.

 

Giorgio e Carlo Biletta

 

 

 

 

Dapprima “apre” con Carlo Biletta una nuova via sulla parete nord-ovest del Valsoera. Via ancora oggi considerata parecchio difficile, anche se percorsa con attrezzature moderne.

 

 

 

Valsoera Nord-Ovest

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…..Ma c’era un chiodo in testa, che continuava a punzecchiare….

Davanti a tutti quelli che percorrevano il Piano delle Muande, era lì, ben visibile, ma che ancora nessuno aveva osato anche solo immaginare di salirvi.

 

 

 

 

 

Si tratta della Fessura alla Torre Staccata del Becco di Valsoera.

Molti valenti alpinisti vi erano passati sotto: ma l’impresa sembrava impossibile.

Allora, l’unica era provarci.

Cosi, nel luglio del 1968 ecco una cordata di ardimentosi che vuole cimentarsi con quella “maledetta “ Fessura.

 

 

 

Giorgio con Eno Valerio

 

 

 

 

 

Si tratta, come al solito, di Tondella, Valerio e Biletta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La salita si presenta da subito in ambiente particolarmente repulsivo,

dovendosi incuneare in quell’anfratto sovente percorso da umidità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma l’impresa riesce, con grande clamore per una salita considerata impossibile!

 

A quei tempi, altri successivi salitori la definirono la salita più difficile dell’intero gruppo del Gran Paradiso.

 

Fatto immediatamente contestato da valenti alpinisti torinesi, che la misero in competizione con la via aperta sempre nel ’68 da G. Motti e compagnia: sempre alla Torre Staccata, ma ben lontano dalla Fessura.

 

 

 

A me personalmente pare che una salita debba essere valutata non solo nel passaggio più difficile che possa presentare, ma anche con riferimento a tutta una serie di difficoltà ambientali oggettive, come presentava la Fessura, che magari tecnicamente, “viste da lontano” sembrano di scarso rilievo, ma…provare per credere.

 

 

 

 

 

In questo sta anche il coraggio, l’audacia dei primi salitori.

 

I Numeri Uno, restano i Numeri Uno; gli altri, quelli che seguono, saranno anche bravi, ma i Numeri Uno …..

Sempre vittorie?

Ebbene, no.

Ci è anche capitato di tornarcene a casa …. non proprio soddisfatti.

Anzi, come inevitabile, ci sono stati anche sofferti insuccessi, nonostante le qualità arrampicatorie di un fuoriclasse come Giorgio o dell’altro grande amico e grande arrampicatore Eno Valerio.

Parlando sempre del famoso ’68, se ne possono ricordare almeno due:

 

Il Primo: La Traversata dei Becchi.

L’esempio più significativo in tal senso è rappresentato dalla mitica “Traversata dei Becchi”, che avevamo sottovalutato: tanto, per noi, nel ’68 nulla sembrava impossibile.

E così in autunno inoltrato ci accingiamo a compiere la famosa Traversata.

Siamo: Giorgio, Valerio, Biga (Valsoano), al Mùradur (Reinaudo) e il sottoscritto.

Piuttosto presuntuosi, senza grandi preoccupazioni, e senza fretta arriviamo in vista del canalino situato a nord del Becco Settentrionale. E qui, Valerio ed io decidiamo di aprire una variante, corta ma parecchio difficoltosa sulla parete est del Settentrionale… con grande infastidirsi degli altri tre, per il tempo che naturalmente ci occorse.

 

 

 

 

 

Quindi attacchiamo la traversata….trovandoci così, quasi subito, immersi in mezzo metro di neve e verglas, che rallentava fortemente l’avanzata, costringendoci a formare una cordata unica, di avanzare lentissimo, e rinunciando ai passaggi più belli, impegnativi e caratteristici della Traversata per concentrarsi sull’unico obiettivo di “uscire” prima di notte.

 

E così avvenne: ma praticamente la Traversata non è stata tecnicamente, integralmente effettuata.

 

E’ stato però un bel banco di prova e di esercizi alpinistico.

 

 

 

 

 

 

Il Secondo: La punta di Cialmanova.

In questo caso, ritengo di essere più colpevole degli altri, in quanto ne fui l’ispiratore:

Questa vicenda potremmo definirla “amena”.

Sempre i soliti cinque di cui sopra, su mia insistenza, ci ponemmo l’obiettivo di tracciare una “direttissima” sullo sperone/spigolo ovest della Punta di Cialmanova, a sud del Becco di Valsoera.

Eccone il racconto.

 

 

Al sabato pomeriggio, al Pontese, analizziamo con attenzione tutta l’attrezzatura e, senza dare troppo nell’occhio, sbirciamo il nostro obiettivo, discutendone i passaggi che ci sembravano più critici che ci aspettavano l’indomani.

 

 

 

Intanto il tempo stava peggiorando, e grossi nuvolosi ci impediscono ormai di ammirare l’azzurro del cielo. Però non una goccia d’acqua. Meno male!

Al mattino della domenica, ancor prima dell’alba, ci incamminiamo: niente pioggia, niente vento e le cime tutte incappucciate.

Nel grigiore dell’alba, percorriamo il sentiero che conduce alla Bocchetta di Valsoera, e quando questo s’inerpica per l’ultima salita al colletto ce ne separiamo, spostandoci decisamente a destra.

Eravamo praticamente immersi nella nebbia.

Girovagando a tentoni tra una serie di placche e diedri, tra il vagare dei nebbioni , alla fine ci parve di individuare la direttiva di salita: e così attacchiamo.

La salita, seppur impegnativa, non ci pareva tale da scoraggiarci, anche per la presenza di parecchi terrazzini che ne rompevano le difficoltà.

 

 

 

Metro dopo metro si continua a salire, fino a quando, inaspettatamente, ….. ci troviamo in punta!

 

Nel frattempo le nebbie si stavano un pochino diradando, permettendoci di constatare che avevamo salito solo un contrafforte della parete, ma non lo spigolo principale. Peccato! Era andata buca!

 

 

 

 

La cosa venne presa con filosofia da tutti, eccetto che da Giorgio, il quale era particolarmente arrabbiato per l’insuccesso. E fu così che, forse per sfogarsi della mancata impresa, volle a tutti i costi castigarmi, legandomi alla sua corda per farmi “sudar sangue” su alcuni placconi, che probabilmente rappresentano i passaggi più difficili che io abbia mai superato in tutta la mia attività alpinistica.

L’insegnamento, da questi due mancati successi è che: all’imprevisto non si comanda e guai a escluderlo dalle prospettive di ogni nuova avventura, specie nel mondo dell’arrampicata. Pensiamo alle vette e alle vie da percorrere sempre con profonda umiltà!

 

Ma tutto è bene quel che finisce bene.

E così di quella parentesi felice delle nostre avventure alpinistiche che furono gli anni ’67 e ’68 non può che restarci un bel ricordo di anni magici, vissuti in modo avventuroso.

E ancor oggi quando ci incontriamo non possiamo fare a meno di rievocare qualche aneddoto, magari anche un po’ pepato; e nel frattempo il nostro pensiero va a quegli Amici che, prima di noi, sono saliti a esplorare “nuove vie”, a noi ancora sconosciute. Ma certo un giorno ci ritroveremo.

E festeggeremo questo nuovo incontro tra il fulgido splendore di tantissime, meravigliose stelle, lanciando un grido:

viva i grimpeurs!