IO CERCO LA……TITINA
Di questi tempi, con le ristrettezze economiche che ci vengono imposte dallo Stato (si dice per motivi di bilancio) va di moda parlare dei cosiddetti “tagli” alla scuola pubblica. Io non sono un fan della Gelmini, ma riesco per lo meno a immaginarmi quelle che possano essere le angosce in cui naviga, considerando che la “Sinistra”, solo per motivi clientelari, in anni non lontani, ha assunto indiscriminatamente una serie di pseudo docenti, anche se non servivano, solo per creare nuovi posti di lavoro e rimpinguare il serbatoio di voti politici che da sempre la “Sinistra” recupera dall’ambiente scolastico: per fortuna, non tutti gli insegnanti se la prendono con il crocefisso o si accomunano nei cortei di protesta ai più che discutibili “centri sociali”.
In particolare, in base a quanto ci viene propinato tramite i “media”, sembra oltremodo preoccupante la prospettiva di “tagli” alla Ricerca. Intendendo con questo termine riferirsi allo stuolo di ricercatori che passano la giornata a “ricercare” non si sa bene che cosa.
Parlando di Ricerca, possiamo distinguerne alcune diverse tipologie: ricerca pura o ricerca applicata; ricerca pubblica o ricerca privata. Sono tutte varianti sovvenzionate in vario modo dallo Stato.
Con una differenza: nel privato, particolarmente per quanto riguarda la cosiddetta “ricerca applicata”, ovvero quella ricerca destinata a migliorare le caratteristiche o la funzionalità e verificare la trasferibilità e la produttività delle scoperte, sia fondamentali che incrementali, in specifici settori sociali e industriali, si investono delle risorse in modo ben preciso, su progetti prestabiliti, con l’intendimento di ottenere risultati utili a livello industriale, capaci di produrre un ritorno in termini economici di quanto investito, possibilmente in breve tempo.
In più, possiamo tranquillamente immaginare che in ogni azienda privata si “faccia ricerca”, anche se in modo non formalizzato, almeno per potersi confrontare con la libera concorrenza e addivenire quindi a costante, innovativa progettazione dei prodotti o servizi proposti al mercato. L’alternativa sarebbe una immediata obsolescenza dell’azienda e la sua chiusura.
Nel settore pubblico, invece, non ci si sogna neanche di verificare se quanto speso per retribuire i cosiddetti Ricercatori, e quanto sta loro attorno, abbia prodotto risultati interessanti e coerenti con la spesa sostenuta.
Questo è un dramma scandaloso!
Nessuna correlazione tra le risorse impiegate e i risultati ottenuti.
Intendiamoci: a livello pubblico ci sono tanti ricercatori che lavorano seriamente e producono importanti risultati, che, tra l’altro, non sempre sono visibili nel breve periodo; questi scienziati vanno patrocinati, stimati, incoraggiati e, naturalmente, sovvenzionati.
Ma questi, che definisco “tanti”, sono una minoranza rispetto all’infinita schiera di millantatori che si spacciano per ricercatori….non si sa in base a quale strana, fantasiosa certificazione.
Questi Pseudo-Ricercatori del settore pubblico sono lì. Si alzano al mattino; vanno al posto di lavoro, se ne hanno voglia; nessuno si sogna di chieder loro come abbiano trascorso la giornata; e quindi ritornano all’ovile. Se, dopo aver fatto il “Ricercatore” per quarant’anni se ne vanno in pensione senza aver prodotto alcun risultato degno di rilievo nessuno protesta. Nessuno lo sa.
Ci sono dei giovanotti, magari anche intelligenti, che a vent’anni decidono di fare il “ricercatore”, probabilmente perché non sanno cosa altro fare, e se opportunamente introdotti nel giusto ambiente parauniversitario vi trascorrono una vita.
Questi possiamo individuarli nella maggioranza dei signori che vanno in piazza a manifestare contro i “tagli alla ricerca” e la “fuga di cervelli all’estero”.
Certo: sono loro quelli a rischio di essere eliminati.
Si, signori; c’è l’ho proprio con loro, che, invece di essere riconoscenti per l’alta qualificazione attribuitagli e la magnifica opportunità loro concessa, in modo scandalistico cercano di indirizzare le “masse” a protestare per loro, dimenticandosi che nella “massa” c’è molta gente che di problemi ne ha già fin troppi, senza doversene aggiungere altri per la Ricerca, che addirittura non sempre si sa cosa vuol dire e che cosa intendano questi “signori ricercatori”, che non sembrano neanche capaci di tirarsi su le braghe da soli: altro che “fare ricerca”!
Quelli impegnati nell’industria privata non hanno certo il grillo di passare la giornata in piazza. Il loro datore di lavoro si arrabbierebbe molto…con le conseguenze che si possono immaginare.
Quanto sopra, per evidenziare lo scollamento che esiste in una certa pseudo-“ricerca” pubblica tra i risultati prodotti e le risorse investite.
Per cui, a livello dello Stato Italiano, se anche non si producesse alcun risultato da parte della vasta moltitudine di questi “ricercatori” pubblici, nessuno potrebbe fare una colpa agli stessi.
Si chiedono soldi per la Ricerca, ma non si parla mai dei risultati ottenuti.
Ben diversa è la situazione in altri Paesi occidentali, ove lo Stato destina sì dei soldi per la Ricerca, ma finalizzati al raggiungimento di risultati concreti.
Magari, dette risorse vengono distribuite anche tramite l’industria privata, che, per ottenerle, deve dimostrare i risultati ottenuti: e anche qui non è detto che sia tutto oro quello che luccica; ma per lo meno i privati qualcosa devono concretizzare.
Le aziende private non potrebbero investire più di tanto dei soldi nella ricerca, se questa non producesse dei risultati utili alla sussistenza stessa dell’azienda.
Le aziende private hanno assolutamente bisogno di ricercare nuove soluzioni, anche scientifiche, per il mercato in cui operano, altrimenti, come già detto più sopra, chiuderebbero.
Per loro, l’alternativa alla ricerca è acquisire le innovazioni o le nuove sperimentazioni del settore di loro interesse associandosi ad altre aziende, per ricerche congiunte, o comprando il risultato dell’innovazione da centri di ricerca specializzati, che “vendono” il risultato della ricerca , ma sempre con una correlazione tra investimento e risultato.
In quest’ultimo caso, si tratta di Centri di Ricerca che comunque esistono perché dotati di un loro bilanciamento economico-finanziario: altrimenti chiuderebbero anche loro.
Non si può seminare, se poi non si raccoglie mai!
Al contrario: siamo sicuri che la stragrande maggioranza della cosiddetta “Ricerca Pubblica” non sia uno dei più grossi bluff dell’apparato Istruzione dello Stato Italiano? Chi ne può misurare i risultati? Nessuno!
Certe volte, non si riesce neanche a quantificare seriamente la spesa; immaginiamoci se ne conosciamo i risultati!
Eppure, guai a parlare di “tagli alla ricerca”. Dal Capo dello Stato in giù tutti si scandalizzano quando si parla dei citati “tagli”.
Ma non è così, finanziando questa banda di sfaccendati, che l’Italia riuscirà a mantenere una posizione vantaggiosa sul piano tecnologico e scientifico. Lo potrà fare solo con il raggiungimento di risultati migliorativi della conoscenza scientifica. Non con il foraggiare “a vita” certa gente che al massimo “ricerca la Titina”, come dice una vecchia canzone popolare.
Allora, una proposta “scandalosa” e in controtendenza: eliminiamo la maggior parte della spesa per la Ricerca Pubblica.
Leghiamo la spesa per la ricerca ( a questo punto molto ridotta) al conseguimento di risultati innovativi veri e quantificabili.
Auguriamo alla maggioranza dei nostri “ricercatori” tanta fortuna all’estero, sempre che qualcuno li voglia.
Altrimenti vadano a lavorare…sul serio.
Se poi qualcuno degli “emigranti” all’estero, in questa epoca di globalizzazione, raggiungerà dei risultati che siano di nostro interesse, potremo sempre acquistarli; producendo così un rapporto serio tra la prestazione del ricercatore e il corrispettivo pagato.
Il Mondo cambia. Non siamo più in clima di “guerra fredda” con tutto il resto dell’universo.
Ovvero, se qualcuno nel mondo fa una scoperta o produce una miglioria scientifica o tecnologica degna di nota si sia sicuri che la stessa, nel giro di breve arco temporale, sarà disponibile anche per noi.
Basta spendere soldi per risultati non misurabili!
E basta cortei in piazza che, a parer mio, più che a tutelare “la ricerca” la sviliscono e servono soprattutto ad assicurare uno stipendio a chi protesta!
Magari, i soldi risparmiati potremmo usarli per attenuare un pochino le tasse per i redditi più bassi: producendo nuova spesa dei privati, che a sua volta stimolerà il mercato e quindi gli investimenti aumenteranno assieme al prodotto di consumo; e quindi si produrrà maggior reddito, che a sua volta produrrà maggiori benefici ai cittadini e, anche, maggiori entrate fiscali, etc. etc. . Ma, questo, il grande Tremonti non lo ha ancora capito. (o non vuole capirlo?)