Viva l'Italia?
Quest’anno, a detta dei nostri governanti, a partire dal Presidente Napolitano, in testa, a tutta una serie di politicanti, non meglio da definire e non meglio identificati nei loro meriti personali per sedere in Parlamento, si dovrebbe celebrare il 150° anno dell’Unità Nazionale, dello Stato Italiano.
Tutto sbagliato.
Non è vero niente.
Per prima cosa, bisogna ricordare che nel 1861 non si celebrò la realizzazione dell’Unità d’Italia, ma la fondazione del Regno d’Italia, secondo il pensiero e la forza della Monarchia Sabauda.
Tale Regno d’Italia (Sabaudo) è la diretta prosecuzione del preesistente Stato Sardo-Piemontese, che Re Vittorio pensò di “allargare”, facendosi aiutare dai Francesi, e cedendo agli stessi Nizza e Savoia.
Cioè: per pure mire espansionistiche, Casa Savoia alienò la sua terra di origine, la Savoia, pur di farsi aiutare per la conquista del Lombardo-Veneto. Quindi il Regno d’Italia nacque da una scelleratezza di Casa Savoia, che svendette la terra natia per pura avidità e desiderio di arricchirsi maggiormente.
Questa è la vera verità.
E’ questo che dobbiamo celebrare?
Non lo festeggiano neanche i discendenti di Casa Savoia: oppure dovremo vederceli in prima fila, a essere riveriti per i loro meriti? Per esempio il merito di aver spinto a morte milioni di Italiani solo per realizzare i loro progetti espansionistici, illudendoli che “morivano per la Patria”.
Ma quale Patria? Andate a chiederlo ai morti del Carso, dell’Adamello o delle Tre Dita! Si trattava esclusivamente di avidità regale.
Ma veniamo ai fatti.
Il Veneto (con Mantova e dintorni) venne annesso al regno d’Italia nel 1866: quindi non avrebbe nessun 150° da celebrare.
Lo Stato Pontificio, che comprendeva una buona parte dell’Italia centrale, venne annesso nel 1870: quindi, anch’esso, non avrebbe proprio nessun 150° da celebrare.
Magari si potrebbe celebrare, tra dieci anni, il 150° del trasferimento della Capitale d’Italia a Roma, avvenuto nel 1871 (Io spero tanto di no).
Il Trentino-Alto Adige, con Gorizia, il Friuli orientale, l’Istria e Trieste vennero annessi al Regno d’Italia solo nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale.
Per queste ampie parti del territorio dello Stato Italiano non c’è quindi alcuna ricorrenza di 150° da festeggiare.
Tanto è vero che la provincia di Bolzano ha già dichiarato di non voler provvedere ad alcun festeggiamento.
Quindi il 1861 è solo l’anno in cui, trasformando il Regno Sardo Piemontese in Regno d’Italia, si è concretizzata l’annessione (non si sa quanto volontaria) del Sud Italia al detto Regno d’Italia, sabaudo.
Siamo sicuri che i Siciliani, i Calabresi, i Pugliesi, i Napoletani, e via discorrendo siano stati felici di detto inglobamento? Lasciatemi almeno il beneficio del dubbio: il fatto certo è che queste popolazioni hanno subito il corso della storia, che, come al solito, è il frutto delle azioni di forza.
Nessuno mi venga a raccontare che i “moti” rivoluzionari ottocenteschi fossero dettati da una visione politica di Italia unita. Si trattava solo di azioni più o meno scoordinate, seppur con la presenza di menti illustri, indotte dal malcontento verso i governanti del momento, che, come al solito, se ne fregavano del popolo e pensavano solo a “riempirsi le tasche”: esattamente come i Savoia.
Quindi, anche per il Sud Italia non mi pare che ci sia alcunché da festeggiare.
Se poi volessimo parlare un pochino del Piemonte, ricordiamoci che fin da subito il Cavour era contrario a una Italia unita: avrebbe preferito una Federazione, basata su tre realtà territoriali: Nord, Centro e Sud, esattamente come indicato in anni recenti da Gianfranco Miglio: anche lui non ascoltato: la politica è una brutta bestia!
Per cui non capisco proprio cosa ci sia da festeggiare.
Oltre tutto, parlando di “Unità Nazionale” prima che Italiani, i Piemontesi si sentono Piemontesi, i Siciliani si sentono Siciliani, e via discorrendo; non parliamo poi dei Valdostani o dei Sudtirolesi.
Ancora: cosa c’è da festeggiare?
Non si è mai visto uno Stato Italiano così frammentato e disunito coma adesso:
Siamo uno Stato, tenuto assieme da rigide leggi; NON siamo una Nazione.
Le nostre identità culturali si basano su concetti territorialmente regionalistici: e va molto bene così.
Almeno cerchiamo di non disperderle queste identità culturali.
Saremmo tutti molto più poveri.
Ricordiamoci che la Costituzione della Repubblica Italiana fa riferimento esplicito alla tutela delle differenziazioni esistenti tra le varie aree del territorio dello Stato Italiano e alla promozione delle autonomie locali.
Forse, se volessimo provare a fare una critica ai dettami costituzionali, potremmo solo rammaricarci che non sia stata pensata fin da subito una Italia sì repubblicana, ma su base più spiccatamente federale.
Ricordiamoci però che il momento (la Costituzione entrò in vigore dal 1° gennaio 1948) era estremamente difficile, appena terminata una guerra disastrosa, e con una monarchia ancora incombente; per cui, a evitare pericoli latenti, si è preferito accentuare il senso di unità, piuttosto che quello di autonomia regionale.
Ma ora non siamo più in quell’epoca… e potremmo anche pensare a qualcosa di diverso e di più rispondente alle esigenze della popolazione, che da questo voler tenere insieme i pezzi a tutti i costi non può che ricavarne nocumento.
In buona sostanza, ripeto, non solo ritengo che l’Italia, oggi disunita come non mai, non abbia nessuna “Unità” da festeggiare; ma, meno che mai, parlare di 150° dell’Unità, considerando che nel 1861 non si è realizzata nessuna unione, neanche geografica tra TUTTI i Popoli dello Stato Italiano.
Quando si festeggiò il “Centenario” nel 1961 il clima politico, sociale ed economico era ben diverso da quello attuale; la popolazione, con il ricordo ben vivo della drammatica guerra da cui si era appena usciti, e speranzosa di poter veramente costruire una realtà forte e unita non stava a farsi troppi “distinguo”, ma era tutta tesa a produrre ricchezza, tant’è che eravamo nel pieno del così detto “boom” economico.
Adesso, dopo 50 anni di malgoverno e ruberie, a partire dai livelli più alti delle cariche politiche: dopo una “prima Repubblica”e una “seconda Repubblica”, chi ha ancora il coraggio di parlare in modo serio di “Unità d’Italia”?
Siamo in un clima da “si salvi chi può”.
Non spendiamo quei quattro soldi di cui ancora dispone lo Stato in cerimonie strampalate.
Piuttosto, vediamo se sia possibile limitare inciuci e ruberie, e riuscire finalmente a contenere il livello di imposizione fiscale:
Ne abbiamo tutti molto bisogno.
Sarebbe questa la vera Festa che tutti vorremmo celebrare.